La Direzione Artistica
Amo
il teatro poco serio…ma molto, molto comico
Mi piace esplorare gli effetti intriganti e seduttori del dialogo
fra teatro ed abilità, acrobazia e danza, corpo e parola.
Mi piace il teatro comico che non strizza l’occhio alla banalità, o
alla volgarità, o alla trasandatezza… di taluna comicità…
Con il teatro vorrei valorizzare l’individuo come essere pensante e
dunque capace, con le sue scelte, con il suo pensiero, con la sua
presenza, di partecipare alla dialettica delle scelte
socio-politiche- culturali.
Ho pensato ad
una rassegna “molto comica” che ti fa ridere e ripensare quando esci
dal turbinio degli spunti creativi, delle parole, dei gesti di
attori straordinari unici nel panorama italiano.

Cerco di proporre un teatro che faccia comunicazione, che sia capace
di parlare al pubblico ma anche di ascoltarlo, che anzi proprio dal
pubblico mutui energia e capacità di mettersi in discussione,
sperimentare e proporre di nuovo…
Quasi sempre i miei spettacoli sono una voce fuori dal coro, anzi
contro quel coro che afferma di sapere sempre che cosa piace, che
cosa è giusto, che cosa serve, che cosa proporre…
Mi dà fastidio la scelta dello slogan al posto della parola, il
primato del prodotto sul percorso in costruzione, l’indicazione di
comportamenti nei quali identificarsi e non l’offerta di poesia, di
atmosfera surreale, l’assenza sulle scene del…silenzio, il silenzio
che dà spazio all’analisi ed all’interiorizzazione del concetto, il
silenzio
che lascia spazio ad una risposta.
Non voglio confondere costume e società con cultura e sociale, non
voglio perdere la potenza della parola come mezzo di comunicazione
di idee e visioni, affermo il primato della partecipazione
consapevole, della libertà dell’interpretazione e del sogno, del
possibile ed anche del contrario, in un percorso in cui i concetti
di libertà e interiorizzazione, e appropriazione per trasformare e
reinterpretare non sono schiacciati dagli interessi del business e
della massificazione di un mercato culturale che non ha interesse a
sensibilizzare il pubblico se non per stimolarlo all’acquisto
acritico.
Sandro Nardi